Il Fotografo di Scena

Appunti e teorie di uno stage-photographer

Luci di scena rosse: quando è preferibile il bianco e nero

Il mio consiglio è quello di scattare in bianco e nero quando le luci di scena rischiano di rovinare l’armonia cromatica dello scatto.

Pochi giorni fa sono stato invitato a fotografare un piccolo spettacolo “underground” a Milano. La location era molto bella, sotterranea, intima, quasi un “home-show”. Spazio piccolo, senza palco, pubblico selezionato e  quattro artisti dai più disparati angoli del pianeta (Alaska, Amsterdam, Berlino …).

Avendo a disposizione molto spazio dove muovermi non ho avuto grandi problemi a scattare. Mi sono subito posizionato al lato sinistro della scena, trovando un ideale punto di fuoco per poi spostarmi in un secondo momento al lato destro.

Al momento dello scatto mi accorgo che qualcosa non va: guardo le prime immagini e ne valuto messa a fuoco ed esposizione, che sembrano a posto, ma i colori delle luci di scena “rovinano” letteralmente lo scatto. Inutile a questo punto lavorare sui valori-colore dalla macchina fotografica: troppo tempo e scarsa certezza del risultato.

Il problema che si è posto è piuttosto comune: una scena illuminata da una coppia di luci fisse con gelatine rosse. Forse giovano alla scenografia e alla “charme” dello spettacolo, ma in condizione di ripresa fotografica danneggiano molto l’aspetto cromatico dello scatto, dando una predominante molto accesa di rosso. 

Questo ovviamente non conta nel caso in cui la scelta della predominante rossa non sia sensata: immagino che un artista come Ozzy Osbourne col suo volto mefistofelico illuminato da una intensa e “infernale” luce rossa possa garantire degli scatti molto suggestivi.

Non era questa l’occasione, però.

Parlerò in un altro intervento delle predominanti cromatiche nella fotografia dello spettacolo, basti per ora sapere che quella rossa e quelle calde in generale sono e luci più difficili da gestire.

Penso allora che sono solito usare il filtro rosso* per il bianco e nero, un filtro che uso spesso in digitale che accentua il contrasto soprattutto nei volti.

Anche in questo caso il rosso avrebbe focalizzato la sua funzione primaria sui volti e le mani degli artisti.

Ricordiamo che 

ogni filtro schiarisce il suo colore e scurisce il colore complementare.

La scelta di scattare in bianco e nero in questa situazione ha ovviato al problema.

La scelta repentina e azzardata di optare da subito per lo scatto in bianco e nero mi ha permesso:

  1. di ottenere immagini in bianco e nero ben contrastate
  2. di ovviare al problema della predominanza cromatica
  3. di visualizzare immediatamente il risultato, permettendomi di operare al meglio sull’esposizione

Certo è più comodo avere la possibilità di convertire in scala di grigi immagini nate a colori attraverso la post-produzione. In questo caso però avevo bisogno di un riscontro immediato per valutare l’immagine, volevo vederla subito sullo screen perché dovevo valutare i parametri di scatto.

Il mio consiglio è quello di scattare in bianco e nero quando le luci di scena rischiano di rovinare l’armonia cromatica dello scatto.

* Segnalo un interessante articolo su Nadir Magazine “L’uso dei filtri nella ripresa in bianco e nero

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Ecco il risultato

PETER PIEK (Leipzig) @ Spazio Senza Tempo, 9/11/2011

LUCKY FONZ III (Amsterdam) @ Spazio Senza Tempo, 9/11/2011

LUCKY FONZ III (Amsterdam) @ Spazio Senza Tempo, 9/11/2011

Jolanda @ Spazio Senza Tempo, 9/11/2011

ubilabai ha chiesto: ciao zonk non è che potresti consigliare a chi non ne ha la piu pallida idea come si fa ad iniziare a diventare fotografo di scena a concerti o spettacoli teatrali? a chi dovrei mandare il curriculum? forse è la domnada piu studpida che ti abbiano mai fatto ma non ho davero idea di come iniziare questo lavoro... grazie per i tui post!

Ciao! E’ una bella domanda … io ho avuto la fortuna di avere un Prof. alla specialistica che mi ha suggerito questo argomento per la tesi di laurea, e questo mi ha aperto molte porte! 

Bisogna farsi largo diventando credibili e fare moltissima esperienza. Ci sono inoltre i corsi specialistici come allo IED di Milano (Silvia Lelli) e all’Accademia Teatro alla Scala, sempre a Milano.

Inizia fotografando band “emergenti”, fatti le ossa poi manda le tue foto a qualche magazine. In effetti la “materia prima”, ossia la pura possibilità di fotografare grandi artisti, arriva dopo molti “no” e porte chiuse. 

Se continui con il tuo lavoro, con passione e dedizione, senza aspettarti nulla in cambio, è probabile che un giorno qualcuno si accorgerà di te. In ogni caso, per te deve essere una passione e nel caso in cui quel “qualcuno” non dovesse arrivare, non dovrai mai considerare come perso il tempo speso a fare ricerca e fotografie.

Trovati un lavoretto e investi nei tuoi materiali. Stampa tutto quello che puoi e analizza ogni singolo centimetro delle tue fotografie. Non ti dico una bugia se affermo che di fotografia non si campa, nemmeno se fai moda! Men che meno con la stage-photography.

Fatti coraggio, avrai qualche amica o amico che fa una scuola di teatro: chiedi di seguirli durante le prove, anche solo una volta al mese. Crea il tuo archivio. Sperimenta. Studia. Ama quello che fai. Impara dai più grandi ma resta te stesso/a.

In bocca al lupo

Zonk

Appunti su Internet e sulla serialità fotografica

Ultimamente mi sono scoperto affascinato dalle serie di fotografie. Come disse qualcuno, “una foto sbagliata è un errore, mille foto sbagliate sono una figata”. Avendo la possibiltà, ad oggi, di scattare in studio, si sono aperte per me una miriade di parentesi creative che prima mi erano precluse.

Ho deciso di iniziare un ragionamento sulla serialità perché inizio a sentire il bisogno di dare più continuità alla mia opera fotografica. Il problema si è posto anche e soprattutto in riferimento alla fruizione “normale” del mio operato, ossia la Rete

Internet è uno strumento fantastico, ma a differenza della carta stampata e di altri media è molto volatile e invita ad una lettura disattenta e fugace. Ho pensato dunque che mettere di fronte lo spettatore ad un qualcosa, come dire, di più “completo” avrebbe giovato all’attenzione che egli presta per il mio operato.

Se non fosse ancora passato il concetto, potrei suggerire una piccola considerazione: sono anni che ripeto che la “presentazione” del proprio corpus fotografico ha un suo valore intrinseco, sia etico che estetico. A partire dalla carta su cui vengono stampate le proprie foto, dalla post-produzione e dallo sviluppo, il fotografo interviene in maniera netta imponendo il proprio gusto e la propria personalità.

Sul web è tutto molto limitato, è un mezzo che, fotograficamente parlando (a partire dall’elemento primo di fruizione, il monitor) non ha ancora trovato il giusto quadro, il giusto metodo per valorizzare gli scatti. 

La fruizione a monitor è prettamente estetica e limitata ad una visione fugace, il mezzo Internet non riesce ancora ad assorbire e garantire nel prodotto finale l’imprintig dell’autore.

Questa è una questione etica.

Non ritengo questa osservazione superficiale, perché l’opera d’arte ha da sempre avuto il suo “locus amoenus” (immaginereste un Picasso in un Mc Donald’s?), e Internet a parer mio non garantisce, almeno ad oggi, la giusta profondità di lettura e comprensione dell’opera fotografica. Il Web è zeppo di fotografie di ogni tipo, ed è dunque molto difficile dare la propria impronta, suggerire una propria e corretta visione a colui che fruisce il nostro operato.

Facciamo l’esempio di Flickr: un ottimo servizio, che purtroppo si realizza in un flusso, uno stream di immagini cronologicamente successive, parametro (il tempo) assai limitativo per chi desidera mostrare il corpus “a modo suo”.

Basti pensare che molti fotografi riesumano dopo anni negativi e stampe per riordinarle in maniera differente, accostarle in modo inedito, dandovi dunque un nuovo “senso” basandosi su nuovi filamenti logici o semplicemente artistici. 

È da qui che è partito il mio ragionamento.

Se non posso cambiare il mezzo, il protocollo, posso provare a cambiare il messaggio.

Il visitatore non può limitarsi ad una visione obbligata, quella cronologica, del corpus fotografico: bisogna metterlo di fronte al fatto compiuto. I limiti del mezzo esistono, e se è vero che una qualsiasi esposizione segue un percorso, è corretto pensare che stabilire un percorso dettato dal creatore anche on-line sia una cosa che potrebbe giovare alla fruizione medesima, anche solo alla sua intrinseca verità artistica.

Dò per scontato che pensare alle proprie foto e non pensare ad Internet nel 2011 è da retrogadi e, forse, anche un po’ da reazionari.

Sento la necessità di dare alle mie immagini una casa, ora è come se venissero esposte a caso: una in bagno, quattro vicino alla finestra, una per terra. È plausibile che un artista desideri di mostrarle secondo l’ordine e i collegamenti che meglio crede, anzi, è giusto e lecito: è un valore aggiunto. 

Allora perché non creare percorsi obbligati, mostrando in un’unica cornice due (un dittico), tre (un trittico), quattro foto nel giusto ordine di lettura? In fondo sarebbe come seguire le stanze di una mostra, dalla prima all’uscita. In questo modo è possibile catturare una maggiore attenzione dello spettatore, dando anche un senso più tangibile al proprio lavoro e, perché no, scoprendo noi stessi inediti accostamenti di senso che la singola foto non poteva certo garantire.

Anche così la lettura, la comprensione delle opere fotografiche in Rete, forse, passerebbe da essere una questione estetica ad una etica.